
L'assenza della figura paterna pesò molto, anche in seguito, sul carattere dell'attore, tanto che nel 1933, già famoso sui palcoscenici italiani, si fece adottare dal marchese Francesco Maria Gagliardi Focas, in cambio di una rendita. Studiò al collegio Cimino senza ottenere la licenza ginnasiale: la madre lo voleva sacerdote, ma il giovane Antonio, incoraggiato dai primi successi nelle piccole recite in famiglia chiamate a Napoli "periodiche", era attratto dagli spettacoli di varietà e nel 1913, a soli quindici anni, iniziò a frequentare i teatrini periferici esibendosi in macchiette e imitazioni del repertorio di Gustavo De Marco con lo pseudonimo di Clerment.
I primi successi
Nel 1922 si trasferì a Roma con la madre e in un primo momento ottenne scritture in compagnie di basso livello dove si recitavano farse pulcinellesche, nelle quali gli toccava il ruolo minore del mamo, ovvero la spalla di Pulcinella. Con la compagnia di Umberto Capece fece poca strada; dopo un breve periodo di disoccupazione venne però notato da Giuseppe Jovinelli, titolare del teatro omonimo, dove iniziò ad esibirsi in balletti musicali comici che ottennero un grande successo di pubblico. Approdò quindi alla Sala Umberto I°, frequentata dalla migliore società della capitale: il successo crebbe ancora. Il suo costume di scena al tempo era già quello tipico al quale restò fedele sino alla fine: un logoro cappello a bombetta, un tight troppo largo, una camicia col colletto basso, una stringa come "farfallino", pantaloni "a zompafosso" e un paio di calze colorate su scarpe basse.
L'incontro con il cinema
Totò incontrò il cinema già nel 1930, con l'avvento del sonoro, quando Stefano Pittaluga, un esercente ligure che aveva rilevato la Cines dal fallimento e in quel momento produceva il 95% dei film italiani, decise di fare un provino all'attor giovane che in quel momento impazzava nei teatri di tutta Italia. Il film, intitolato Il ladro disgraziato, non vide mai la luce, ma il provino con Totò, ritrovato e restaurato nel 1995 e tuttora visibile, sorprende per l'estrema modernità e scioltezza dei movimenti burattineschi del giovane attore trentaduenne nel pieno delle forze. Furono allora gli intellettuali più stimati, che già lo ammiravano a teatro, i primi a volerlo in qualche loro progetto: tra di loro Umberto Barbaro e soprattutto Cesare Zavattini; il grande scrittore di Luzzara tentò di imporlo nel 1935 per la parte di Blim nel film Darò un milione di Mario Camerini - ruolo andato poi a Ernesto Almirante - e quindi nel 1943 pubblicò il romanzo Totò il buono pensando a lui.
Non realizzandosi questi progetti cinematografici il vero debutto avvenne sotto l'egida di Gustavo Lombardo, il fondatore della Titanus, il quale nel 1937 produsse il primo film di Totò, Fermo con le mani! diretto da Gero Zambuto, mediocre tentativo di proporre temi toccati dal personaggio di Charlot, già superati dalla forza surreale, da burattino irriverente e snodabile, di Totò. In una scena del film rimasta celebre e stranamente non tagliata dalla censura dell'epoca, arriva a prendere in giro il Duce, Benito Mussolini. Nell'anteguerra girò altri cinque film, con spunti interessanti nel surreale Animali pazzi del 1939 di Carlo Ludovico Bragaglia, già militante nelle file del futurismo con testo scritto da Achille Campanile, e in San Giovanni decollato del 1940 di Amleto Palermi, dignitosa trasposizione della commedia teatrale di Nino Martoglio, già cavallo di battaglia del mattatore teatrale siciliano Angelo Musco.
Una menzione particolare la merita poi Il ratto delle Sabine del 1945 di Mario Bonnard, storia di una scalcagnata compagnia di guitti in giro per le città di provincia che decidono di rappresentare il testo mediocre di un professore deriso dai suoi stessi alunni, con un insuccesso colossale.
La prima rivalutazione
Nel 1963 venne pubblicizzata una grande notizia: Totò interpretava il suo centesimo film, il primo interamente drammatico, Il comandante, malinconica storia di un generale in pensione scritta da Rodolfo Sonego (sceneggiatore di fiducia di Alberto Sordi) e diretta da Paolo Heusch, regista romano di documentari conosciuto dagli appassionati per aver girato nel 1958 il primo film di fantascienza italiano, La morte viene dallo spazio, che Totò aveva provveduto immediatamente a trasformare in parodia, Totò nella luna. In realtà si trattava dell'ottantaseiesimo film.
Lello Bersani intervistò Totò in una celebre rubrica televisiva (mentre il primo approccio di Totò sul piccolo schermo fu disastroso: ospite d'onore in una puntata del Musichiere di Mario Riva del 1958, il comico si fece scappare incautamente un Viva Lauro! che gli costò una sospensione); Oriana Fallaci e Maurizio Costanzo lo intervistarono per i maggiori periodici italiani del tempo.
Ma il film di Heusch non ebbe alcun successo, rivelandosi un disastro al botteghino nonostante il grande impegno profuso. Totò fu dunque costretto a rientrare nei ranghi, recitando curiose rivisitazioni di film mitologici diretti da Fernando Cerchio (contro Maciste, Cleopatra e il Pirata Nero); esplorò il filone notturno-sexy insieme ad Erminio Macario nel dittico Totò di notte n. 1 e Totò sexy, senz'altro il punto più basso della sua carriera, il secondo addirittura assemblato con gli scarti di lavorazione del precedente; recitò accanto al grande attore hollywoodiano Walter Pidgeon nel film I due colonnelli, diretto da Steno; infine scoprì un potenziale di sadismo nella maschera e nel personaggio, rimasto fino ad allora poco esplorato (si pensi al balletto nella taverna di Algeri, tutto a spese della ballerina, in Totò le Mokò di Bragaglia), con i nerissimi Totò Diabolicus di Steno, nel quale recita ben sei personaggi diversi in una parodia del genere horror, e soprattutto con il sottovalutato Che fine ha fatto Totò Baby?, diretto da Paolo Heusch ma firmato dallo sceneggiatore Ottavio Alessi per ragioni di distribuzione. Qui la cattiveria del personaggio di Totò raggiunge il limite estremo in un film all'epoca rifiutato dal pubblico, ma oggi ampiamente da rivalutare.
Fellini, Lattuada, Pasolini
Proprio quasi fuori tempo massimo, quando il grande comico pensava di avere sprecato il suo talento in filmetti dozzinali, arrivarono le proposte di grandi cineasti per le quali il principe riservò entusiasmo e perplessità. Federico Fellini lo volle per il suo progetto più ambizioso e mai realizzato, Il Viaggio di G. Mastorna, interrotto per la grave malattia del maestro riminese; Alberto Lattuada nel 1965 gli affidò il ruolo del frate Timoteo nella versione di un grande testo teatrale di Niccolò Machiavelli, La Mandragola; qui le scene della persuasione di madonna Lucrezia e il dialogo con i teschi nella cripta, considerate tra le migliori della sua arte, vennero girate in condizioni impossibili e in clandestinità dentro un convento di Urbino; la critica lo lodò compatta e a quel punto Totò capì di essere stato male utilizzato, lasciandosi andare a reminiscenze malinconiche e vagheggiando ancora i due grandi progetti ai quali teneva tantissimo: la trasposizione di un don Chisciotte della Mancia e un film da girare interamente muto.
Lattuada lo voleva anche come interprete di un film tratto da una novella di Pirandello, La cattura, ma questo progetto si arenò perché Totò incontrò sulla sua strada uno dei più lucidi scrittori e intellettuali del Novecento, Pier Paolo Pasolini, il quale lo spogliò di tutta la sua aggressività e cattiveria, per farne un sottoproletario innocente in un film sulla crisi del marxismo dopo la morte di Palmiro Togliatti, Uccellacci e uccellini, oggi indubbiamente datato in molti punti, tranne ovviamente nelle sequenze stupende dei tentativi di evangelizzazione dei falchi e dei passerotti, uno dei massimi punti della sua arte. Per questa interpretazione Totò vinse nel 1966 una Palma d'Oro speciale al Festival di Cannes, e un Nastro d'Argento come miglior attore di quell'anno. Con Pasolini fece in tempo a girare altri due cortometraggi tra la fine del 1966 e l'inizio del 1967, il più riuscito La terra vista dalla luna e l'emozionante e poetico Che cosa sono le nuvole? il suo autentico testamento artistico, nel quale interpreta la marionetta di Jago nella recita shakesperiana in un teatro dei burattini che, dopo aver convinto Otello (Ninetto Davoli) a uccidere Desdemona (Laura Betti) viene distrutta dal pubblico e mandata al macero in una discarica, dove, prima di morire, si accorge di quella grande bellezza del creato che sono le nuvole. Questa degnissima conclusione della carriera cinematografica ebbe però un'appendice assai deludente col piccolo schermo.
Gli ultimi giorni
Gli ultimi giorni di Totò furono densi, quasi sovraccarichi di lavoro. Nonostante la malattia continuava a fumare una sessantina di sigarette al giorno e a bere una quindicina di tazze di caffè, e i progetti si accavallavano. Apparve in un ruolo da guest-star nel film di Dino Risi Operazione San Gennaro; Ugo Gregoretti, regista graffiante e sarcastico famoso per Omicron e Il pollo ruspante, che aveva già lavorato con lui nel 1964 in un episodio grottesco e riuscito del film Le belle famiglie, lo volle nella parte del giudice nello sceneggiato Il circolo Pickwick da Charles Dickens (lo sostituirà poi Tino Buazzelli); gli fu proposta una parte ne I fratelli Cuccoli, tratto dal romanzo di Aldo Palazzeschi; il regista di caroselli pubblicitari Luciano Emmer, col quale aveva lavorato nell'autunno del 1966 in una serie di nove short per un famoso dado da brodo (dei quali oggi, ne sopravvivono soltanto due) lo voleva in una parte nello sceneggiato televisivo Geminus (realizzato solo due anni più tardi); persino Luchino Visconti pensò a lui per il ruolo di Antonio Petito in un progetto di film sulla sua vita; Totò progettava anche un rientro sul palcoscenico con Napoli notte e giorno di Raffaele Viviani, diretto da Giuseppe Patroni Griffi. Riuscì ad accordarsi col regista Giuliano Biagetti per il progetto di una seconda serie di caroselli pubblicitari, realizzati solo in parte e poi misteriosamente trafugati, come documentato da Marco Giusti nel suo studio sul più famoso contenitore pubblicitario italiano.
Venne invece chiamato da Nanni Loy per interpretare la parte dell'anarchico Romeo nel film Il padre di famiglia (lo sostituirà in seguito Ugo Tognazzi), e l'unica scena girata, il 13 aprile 1967, fu quella di un funerale. Un triste presagio.
Totò morì infatti nella sua casa ai Parioli alle 3:30 del mattino del 15 aprile 1967, stroncato da una serie improvvisa di tre infarti. Le sue ultime parole furono per Franca: "T'aggio voluto bene Franca, proprio assaie".
Il rilancio definitivo
Cinque anni dopo la sua morte prese il via un imprevisto e fulmineo revival, iniziato nel 1971 con proiezioni in sordina nei cinema di periferia di film come Totò a colori o Miseria e nobiltà (si racconta che qualcuno vide persino Michelangelo Antonioni uscire visibilmente soddisfatto da una sala dove si proiettava un suo film). Ma è grazie alla televisione privata che Totò ottenne il meritato rilancio. Due registi della tv CANALE 21 (tv privata napoletana in auge negli anni Settanta) nel 1976 recuperarono in archivio i film di Totò per mandarli in onda il giovedì sera, fino a passaggi televisivi sempre più massicci, per approdare al mercato delle videocassette e dei DVD. Per non parlare degli spot pubblicitari, alcuni piuttosto discussi; per finire con libri, dischi e gadget editoriali di ogni tipo. È stato forse l'unico attore italiano (e non solo italiano) ad aver conquistato la quinta generazione.